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L_Antonio
Odio gli indifferenti


Gli Ultimi


26 agosto 2014

Allons enfants

Solo per dire quant’è grande la confusione sotto al cielo persino sull’austero Corriere della Sera. A proposito della crisi di governo francese, oggi Polito in prima pagina considera Montebourg il testimone della solita sinistra socialdemocratica, tutta deficit e tasse, proprio mentre il governo Hollande sarebbe impegnato nella realizzazione delle fondamentali riforme liberali, strutturali, ecc. senza le quali ormai non si parla più di politica: “Lei sta facendo riforme strutturali e/o liberali? No? Allora stia zitto e faccia il vetero comunista, lì, in un angolo!”. Jean-Marie Colombani, appena due pagine dopo, critica l’atteggiamento della sinistra (sempre Montebourg e Filippetti), che preferirebbe la demagogia della opposizione alla responsabilità di governo; di Hollande invece dice che “la sua linea politica dovrebbe poter contare sulla frazione riformista del partito socialista, ma anche sul centrosinistra e sul centrodestra. Questa politica, detta socialdemocratica” (sic!), perché “cerca soluzioni per due emergenze, il risanamento dei conti pubblici e il rilancio della competitività delle imprese allo scopo di creare nuova occupazione, potrebbe essere l’oggetto di un programma di governo di due anni, con l’appoggio di una grande coalizione”. Colombani, tuttavia, si dimostra pessimista sull’esito, e ritiene che alla fine Hollande dovrà contentarsi di un riordino generale del paese (le famose riforme) sperando che almeno porti i suoi frutti. Almeno.

Dunque è un ‘socialdemocratico’ Montebourg perché vorrebbe tornare all’età dell’oro socialdemocratica fatta di deficit e di tasse (Polito). Ma lo è pure Hollande, perché dovrebbe intraprendere un piano di risanamento dei conti e anche di rilancio del sistema industriale (Colombani). Così come, d’altronde, è un ‘renziano’ Valls e lo è per certi media anche Montebourg, che invoca una reazione all’austerità merkeliana similmente al premier italiano. Persino Hollande vorrebbe fare come Renzi, anche se non può certo inimicarsi la Merkel (dice Polito). E d'altra parte le riforme sono l’unica panacea post-socialdemocratica della sinistra (Polito, ancora) ma rappresentano il confine stretto in cui si muove Hollande, che dovrebbe essere invece un tantino più socialdemocratico (Colombani, appunto). E magari pure più renziano. O più liberale. O più ‘riformista’. O di centro, e perché non anche di sinistra. Una specie di Che Guevara dei conti pubblici: la rivoluzione riformista, e via con gli ossimori. La confusione, dunque, è sì nelle parole (che cosa vuol dire ‘socialdemocratico’ oggi? Che cosa sono le ‘riforme’? Che ne resta della politica da quando è ostaggio della comunicazione?) ma ancor più nella pratica, nelle scelte quotidiane o di lunga lena, e persino nei media, nei commenti che ospitano, nelle oscillazioni continue di senso e di significato dei termini e dei concetti, nell’uso facilone che si fa delle parole e dei concetti stessi, e nell’uso facilone che si fa, soprattutto, della politica. Nell’idea che vi siano alcune parole o termini chiave stagionali da sondare e consumare sino in fondo (crescita, riforme, rottamazione, nuovo) solo perché la povertà dei pensieri è sempre più abissale e non è in grado di produrre vere e utili argomentazioni.

C'è oggi una specie di demagogia del pensiero che è peggiore di quella politica. È per questo che si salta da un carro all’altro, perché si ritiene che la politica si riduca a quei carri, che la politica sia solo dei vincenti, che il compito dei luogotenenti sia quello di ripetere a pappardella le formule del Capo, che si sia nel diritto di cambiare opinione se si ritiene che sia ora quella vincente, e che il resto siano solo dei gufi, degli schifosi uccelli del malaugurio o dei vecchi sfigati a cui non è più giusto concedere alcuna chance. Visto che non hanno colto l’opportunità vera generosamente offerta, ossia saltare sul carro e finire per premio sulle copertine di ‘Chi’.

 


2 novembre 2011

Bisogno di sinistra

 

E due. Oggi su Radio Capital c’era Federico Rampini, che ha ribadito a chiare lettere come il senso della sinistra si chiami ora e sempre ‘redistribuzione’. Fuori di questo c’è solo lo scimmiottamento della destra e delle sinistra blairiana. Abbiamo giocato per trenta anni col giocattolo del mercato pensando di piegarlo ai nostri voleri. Ma oggi l’illusione è finita. Si riparte da dove avevamo finito, riprendendo in mano la socialdemocrazia, rivedendone forme e contenuti, rinnovandola, ma senza più dire è vecchia, va buttata via. Questo lo ha detto la destra, lo abbiamo ripetuto per fare i fighi, la realtà chiede ora risposte finalmente all’altezza, non più giochini.

Esempio. Si parla tanti di non garantiti, e si aggiunge (lo fa Renzi, ad esempio) che i ‘garantiti’ (quelli che, con 1500 euro al mese, mantengono ancora i figli trentenni, ad esempio) debbano cedere quote ai non garantiti, per fare giustizia. Questo è un pensiero subalterno, lo dico con franchezza. Non si tratta di prendere al povero per dare al povero. Non si tratta di fare la morale contro i metalmeccanici, i lavoratori dipendenti, gli statali, contrapponendogli i figli senza futuro. Si tratta di drenare risorse da quell’1% ricchissimo, straricco, spudoratamente ricco (tra cui speculatori finanziari, banche, evasori) destinandoli (direttamente e indirettamente) a quelli che un giorno sempre più lontano vivranno di una misera, miserrima pensione. Prendere queste risorse e investirle nell’apparato produttivo, creare produzione, promuovere crescita (sostenibile), riconsegnare in breve una parte del ‘malloppo’ a chi in questi trenta anni ha lavorato tutta una vita, prelevandolo dalle tasche di chi ha speculato finanziariamente invece di promuovere lo sviluppo e di produrre coesione sociale.

Questo è un mondo spaccato in due tra ricchissimi (pochi) e poverissimi (molti). In questo abisso rischia di sprofondare quel poco che resta di civiltà democratica. Più l’abisso si spalanca più la fine è vicina. È anche per fare un piacere ai ricchi che si deve salvare la società, altrimenti che ci farebbero coi loro soldi? Di qui la socialdemocrazia, l’idea della giustizia sociale, la redistribuzione tra profitto e lavoro, tra ricchissimi speculatori e poverissimi (garantiti e non). Tutti siamo pronti a rimboccarci le maniche, ma non per ricreare ex novo le condizioni della speculazione finanziaria. Qui non si lavora per il re di Prussia e per il blairismo di ritorno. La sinistra guardi al futuro e non si deprima dinanzi alle sue sconfitte recenti. Parrà assurdo, ma il mondo nella sua interezza ha bisogno di sinistra, più di quanto non credano i suoi stessi rappresentanti.


25 giugno 2010

Nuovi interpreti

 

Il capitalismo finanziario (quello di carta) sembra aver dimenticato quello produttivo (quello dei beni reali). Come se il secondo fosse una specie di parente povero. Sarà per questo che gli operai sembrano attori invisibili. Ma anche la politica sembra aver scelto il campo della finanza e dei bilanci. Si parla soltanto di manovra, spesa pubblica, titoli, indebitamento, indici finanziari, e si tace di tutto il resto. Il ministero per le attività produttive è nelle mani di Berlusconi, a interim. Quasi ci si è dimenticati che Scajola se n’è andato e nessun altro lo ha rimpiazzato, nemmeno un Brancher qualsiasi.

L’economia è diventata di carta, e così pure il cervello sociale, intento solo a far conti sui dividendi e sugli andamenti borsistici. Eppure la nostra vita è fatta di bisogni reali, che debbono essere soddisfatti da beni materiali. La produzione, per quanto sempre più immateriale, tale resta. E a qualcuno toccherà pure organizzare l’andamento dell’offerta e il sistema produttivo: differenziarlo, gestirlo, orientarlo alla domanda. Cose desuete? Non credo. Provate a mettere in un panino una cedola azionaria: un vero schifo, roba da prendere a calci l’ultimo broker di Wall Street. Ho come l’impressione che l’immateriale abbia ormai schiacciato il materiale, e il virtuale abbia sopravanzato massicciamente il reale: non nella vita vera delle persone (e degli operai) ma nelle nostre menti massmediate e finanziarizzate.

Se proprio dovessi indicare alla sinistra una strada da seguire da qui al futuro, per recuperare un ruolo e un senso direi: c’è un mondo di persone in carne e ossa che attendono risposte molto concrete sui temi dell’equità, dell’uguaglianza, della coesione sociale, delle libertà e dei diritti. Sono cari vecchi temi socialdemocratici (e in parte liberali) che, data per morta la socialdemocrazia, attendono nuovi interpreti riformisti (se ce ne fossero, tra un blog e l’altro). Ripropongono l’esistenza del sociale contro l’ubriacatura individualista di questi anni, suggerendo che questo stesso individuo debba sentirsi meno “proprietario” e un po’ più solidale, senza perciò considerarsi meno libero, anzi. Una strategia dell’eguaglianza sarebbe l’uovo di Colombo, la quadratura del cerchio: da una parte, svolgendo un compito storico (nel tempo di una crisi epocale), si interverrebbe sulle profonde iniquità e ingiustizie di questi decenni; dall’altra si ritroverebbe un’identità, un senso, una direzione di marcia per genti e dirigenti che oggi appaiono troppo professionalizzati o sin troppo smarriti.


8 luglio 2009

Socialdemocrazia e krisis

 

Giorni addietro, al Convegno dei “Liberi Democratici” rutelliani, Massimo Cacciari, dicono i giornali, ha tuonato di par suo. Le critiche più forti sarebbero andate a Bersani, nemmeno presente all’incontro (verso il quale, a dire il vero, un po’ tutti gli interventi si sono esercitati nella polemica).

Sono cacciariano da una vita (esattamente dal 1977, quasi folgorato dalla lettura delle sue parole-chiave su La Città Futura adornatiana), e dunque immaginerete con quale trepidazione segua da sempre gli interventi del maestro. Stavolta, però, mi ha un po’ sorpreso. Conosciamo i capisaldi della proposta cacciariana: federalismo, partito del Nord, territorio, autonomie, una forte attenzione al corpo sociale, alle figure emergenti e alle loro modificazioni nel tempo, fortissima critica di ogni posizione di rendita (soprattutto finanziaria), egualitarismo.

Be’, se c’è un candidato che più di altri sembrerebbe corrispondere (almeno in parte) a queste indicazioni politiche quello è proprio Bersani. Un tipo pragmatico, che nel Nord cresce politicamente e culturalmente, ed è portatore di una grandissima attenzione alle figure sociali, produttive, comprese quelle imprenditoriali, operanti nel territorio e non nel cartaceo mondo della finanzia. Certo, non ha sostenuto la proposta di un partito del Nord, ma ha messo Penati a capo del suo comitato, e passa molta parte del suo tempo ad ascoltare quel che si dice nelle realtà produttive, e dunque nelle province settentrionali. Senza contare che, ai tempi della vicenda Englaro, ad Annozero, fu quello che più colpì nel rigore e nella chiarezza anche concettuale con cui difese le posizioni laiche.

Il territorio, Bersani l’ha messo davanti a tutto: partito territoriale, popolare, radicato; economia reale, produttiva; autonomie locali; vita quotidiana al primo posto. Eppure Cacciari ha sempre preferito Rutelli, Franceschini, Veltroni. Ossia la politica prevalentemente mediatica, leaderistica, generalista come le televisioni di una volta. Forse perché Bersani è equiparato alla socialdemocrazia, ossia una tendenza politico-culturale sulla via del tramonto (secondo l’opinione generale). E probabilmente Bersani di lì è transitato, ma certo lì non si è fermato. Cacciari dice che il centrosinistra non ha saputo contrapporre una propria “cultura” egualitaristica alla “disuguaglianza” proposta e coltivata dal centrodestra. E non avrebbe nemmeno saputo creare i meccanismi giusti (nuovi) per avviare un’efficace redistribuzione del reddito. E neanche saputo fermare lo strapotere della rendita finanziaria. Mi chiedo: Rutelli dov’era, in questi anni? È lui uno di quelli che ha perso, o no? Così Franceschini. Per non parlare di Veltroni. Diamo a tutti un’altra possibilità? D’accordo. Ci vuole tanta pazienza. Ma perché mettere la croce sul povero e unico Bersani? Perché è alleato a D’Alema? Perché presunto socialdemocratico? Aridanga.

Nella sua discesa in campo, Bersani ha detto di volere un partito “popolare, radicato nel territorio”. Ha detto che il PD ha un progetto privo di “basi culturali solide”. Ha parlato di partito laico, popolare, del lavoro, non classista, non populista, legato alla vita reale, capace di rendere concreta l’uguaglianza. In una vecchia intervista a L’Espresso ha detto no al partito del Nord, non perché volesse negare le specifiche esigenze di quelle regioni, ma perché, a suo parere, serve un partito che “prenda le mosse dalle esperienze locali e vada a rappresentarle a Roma e non un partito dove ognuno parli stando a casa sua”. In una specie di solitudine regionale. È un’opinione legittima. C’è dietro anche la storica esigenza di parlare lo stesso linguaggio a Nord come a Sud, forse la vecchia utopia di “riunificare” un partito e un Paese. Così pure lo spirito nazionale della tradizione della sinistra italiana. Tutto meno che l’incapacità di ascoltare le “voci” del settentrione produttivo (e delle figure produttive in genere, dovunque si trovino geograficamente).

Non mi pare che il partito mediatico, liquido di Veltroni, o la telegenìa di Rutelli, o il “nuovo” franceschiniano, o il piombinismo, dicano sul tema cose migliori e più nette di queste, manifestino maggiore sensibilità verso il dinamismo del territorio, aderiscano con più efficacia alla realtà locale. Non lo è stato sinora, nemmeno lo sarà in futuro. Eppure Cacciari sta lì. In quei pressi. Peccato.

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